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giovedì 29 gennaio 2009

28 gennaio 2008 In piazza contro la malagiustizia


Roma, 28 gen 2009 - Un resoconto particolare della manifestazione organizzata dai “Familiari delle Vittime di Mafia” per difendere la democrazia e la legalità costituzionale che per necessità impreviste ho dovuto ripetere due volte. In una ho raccontato di quello che ho vissuto e nell’altra quella che ho letto che è avvenuto.

Cronaca della MIA manifestazione

P.za Farnese è piccolina ma ieri era particolarmente frequentata. I giornali dicono che eravamo un migliaio alla manifestazione organizzata dai "Familiari delle Vittime di Mafia" per difendere la democrazia e la legalità costituzionale.
La partecipazione è dunque stata ammirevole per un mercoledì lavorativo qualsiasi.
E’ stato questo che ho voluto chiedere agli organizzatori; il perché di una scelta tanto infelice come quella di optare per manifestare in un giorno in cui la gente comune ha dei vincoli ben precisi imposti dalla quotidianità.
La risposta è arrivata molto in fretta “volevamo contarci.”
Non era stata una scelta casuale, era meditata. Quel volevamo non era rivolto ai promotori dell’iniziativa, quel volevamo riguardava noi che partecipavamo.
Volevamo contarci per sapere in quanti siamo pronti a esserci, anche se scomodo farlo.”

Ieri è stato ribadito dalla piazza che il malgoverno e la malagiustizia hanno oltrepassato il limite. E’ stata l’occasione per affermare che noi non ci stiamo più, noi non vogliamo essere complici.



Cronaca della manifestazione raccontata dai giornali

Ho sentito raccontare di una manifestazione particolarmente tumultuosa in cui c’è stato un momento di attrito con le forze dell’ordine per l’esposizione di uno striscione su cui era scritto «Napolitano dorme, il popolo insorge».
Io ho visto gente che si è ritrovata per esprimere disapprovazione per come sta venendo trattata la giustizia in Italia e che è stata ricompensata da una splendida giornata di sole. Mi ricordo di un amico del MeetUp di Bologna che si è avvicinato dicendo “uffa, quelli della Digos ci hanno fatto riporre lo striscione perché ritenuto offensivo”, il resto forse l’oblio?

Ho letto che l’invitato politico Di Pietro riferendosi a Napolitano abbia lasciato intendere che il Capo di Stato con il suo silenzio istituzionale aveva assunto un comportamento mafioso.
Io ho visto uno degli ospiti che hanno voluto partecipare alla giornata, l’On. Di Pietro, affermare che un capo di stato non deve dormire. Bisogna stare svegli ed essere pronti a denunciare perché anche il silenzio è una delle armi utilizzate dalla mafia.

Ho letto di una giornata in cui la politica ha fatto da padrone. Ma il mio ricordo più vivo rimane Salvatore Borsellino mentre grida che Mangano non può essere definito un “eroe dello stato” ma che i veri eroi sono le centinaia di giovani poliziotti che il giorno seguente la strage di Capaci facevano la fila per chiedere di far parte della scorta di suo fratello Paolo, ben sapendo che era una condanna a morte certa.


di Susanna Ambivero, 29 gen 2009



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mercoledì 17 dicembre 2008

Pino Masciari: domani udienza presso il TAR Lazio


Roma, 17 dic 2008 - In uno Stato che non è più Stato, domani, presso la sede del TAR Lazio, verrà emessa la sentenza che deciderà le sorti di Pino Masciari

Finalmente dopo 4 anni di lunga attesa, domani mattina 18 dicembre 2008 presso il TAR del Lazio - Via Flaminia 189 - Roma si terrà l’udienza che vedrà l’imprenditore Giuseppe (Pino) Masciari con la sua famiglia avverso la decisione del Ministero dell’Interno di revoca dal programma di protezione per i testimoni di giustizia, per riaffermare i suoi diritti costituzionali, diritti all’esistenza, alla libertà e alla sicurezza. Pino Masciari ha denunciato il racket e il sistema politico-istituzionale colluso alla ‘ndrangheta più di quindici anni fa.

Gli amici di Pino Masciari - è scritto in un comunicato pubblicato sul blog dedicato all'imprenditore che è dovuto fuggire dalla Calabria - da ogni parte d’Italia si recheranno in delegazione a Roma per sostenere e affiancare la famiglia Masciari, attendendo insieme a loro la lettura della sentenza.


Tratto da:
Revoca scorta a testimone di Giustizia Pino Màsciari: domani udienza TAR Lazio di A.Mo
su
strill.it, 17 dic 2008




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lunedì 15 dicembre 2008

Manifestazione nazionale contro TUTTE le mafie


- “Io sono Saviano, contro tutte le mafie “ è manifestazione a carattere nazionale che si terrà il 20 dic 2008 in contemporanea nelle città di Milano, Roma, Napoli, Messina, Palermo, Cagliari

"Io Sono Saviano" è un movimento spontaneo ed apartitico, nato sul web dalla necessità di dare un seguito alle manifestazioni di solidarietà nei confronti dello scrittore Roberto Saviano, che un pentito ha indicato come prossimo obiettivo dell’ala stragista dei Casalesi, capeggiata dal latitante Giuseppe Setola.
Il nuovo social network IoSonoSaviano.ning.com è stato creato con l’intento di riunire e coordinare qualunque esponente della società civile volesse partecipare attivamente all’organizzazione di una manifestazione nazionale a sostegno di Roberto Saviano e contro tutte le mafie, che si terrà il 20 dicembre in contemporanea nelle città di Roma, Napoli, Milano, Palermo, Messina e Cagliari.
L’organigramma della neonata piattaforma virtuale è composto da comitati regionali che si gestiscono autonomamente per quanto riguarda le attività che precederanno la manifestazione, coordinandosi poi in vista dell’evento nazionale.
E’ importante sottolineare, però, che la manifestazione del 20 dicembre non è il punto di arrivo di un’esperienza comune nata in un caso particolare, ma rappresenta il primo passo di un movimento che ha lo scopo di tenere costantemente viva l’attenzione dell’opinione pubblica, per far sì che l’interesse mostrato in questa occasione non si esaurisca.
Attraverso azioni di sensibilizzazione, campagne informative, performance visive, cineforum e letture intendiamo continuare a monitorare il fenomeno mafioso al quale gli italiani rischiano pericolosamente di assuefarsi a causa di una mancanza di informazione dettagliata e veritiera.


Tratto da:
Io sono Saviano, no a tutte le mafie




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martedì 7 ottobre 2008

Comunicato stampa degli Amici di Pino Masciari


07 ott 2008 - Gli Amici di Pino Masciari chiedono alle Autorità competenti - Commissione Centrale (da qui CC), Servizio C.le di Protezione, forze dell’ordine - di prendere i dovuti contatti con Pino Masciari testimone sottoposto a Programma di Protezione, che in questi giorni non è stato contattato dai referenti responsabili e di fatto continua a muoversi “autonomamente” senza alcuna garanzia di sicurezza, attenendosi alle parole della notifica della CC del 19 ottobre.

Stiamo parlando di un testimone sottoposto a programma di protezione ad altissimo rischio di incolumità.

Eppure nei recenti viaggi in Sicilia, a Roma,Bergamo,Torino, Bologna, Milano, gli incontri, che erano stati preventivamente indicati alla CC e che erano pubblici, non sono stati presidiati dalle forze dell'ordine, né tantomeno Pino Masciari è stato contattato perché ciò avvenisse.

Abbiamo assistito a sporadiche e fugaci apparizioni di forze dell'ordine giunte per verificare la presenza di Pino Masciari, tuttavia senza assicurarsi di persona di ciò e abbandonando subito il luogo delle conferenze: a dimostrazione che è da escludere l'intenzione di garantire la sicurezza di Pino e noi, suoi amici che portiamo avanti l'azione di difesa popolare, ne siamo testimoni insieme a tutti i cittadini presenti. Non siamo e non dobbiamo essere noi i responsabili della protezione di Pino: questo è dovere, obbligo e competenza della Commissione Centrale che dà direttive al Servizio C.le di Protezione, il quale a sua volta dispone le forze dell’ordine sul territorio. Noi lo accompagniamo e gli stiamo accanto in assenza della scorta di protezione che dal 19 settembre 2008 non è stata più assegnata, cercando di impedire la libertà di movimento e la volontà di esprimersi nel percorso di valori di legalità, di lotta alle mafie e rispetto dello Stato.

E' inutile contattare noi, amici di Pino: è successo nelle scorse ore, ma non essendo responsabili della sua sicurezza NON daremo mai indicazioni sensibili riguardo Pino a una voce telefonica che potrebbe essere di chiunque.
Non si cerchino formule giustificative giocando sulla vita di un uomo che si è affidato allo Stato, dando così dimostrazione di scarsa scrupolosità e poca intenzionalità di preoccuparsi tangibilmente della sicurezza di un soggetto noto e a rischio come Masciari.



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venerdì 26 settembre 2008

Saviano: tra killer e omertà


Castelvolturno, 22 Set 2008 - Roberto Saviano, lettera a Gomorra tra killer e omertà.
Il grido d'accusa dello scrittore dopo la strage di Castelvolturno: "Davvero pensate che nulla di ciò che accade dipenda dal vostro impegno?"


I responsabili hanno dei nomi. Hanno dei volti. Hanno persino un'anima. O forse no. Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino, Pietro Vargas stanno portando avanti una strategia militare violentissima. Sono autorizzati dal boss latitante Michele Zagaria e si nascondono intorno a Lago Patria. Tra di loro si sentiranno combattenti solitari, guerrieri che cercano di farla pagare a tutti, ultimi vendicatori di una delle più sventurate e feroci terre d'Europa. Se la racconteranno così.

Ma Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino e Pietro Vargas sono vigliacchi, in realtà: assassini senza alcun tipo di abilità militare. Per ammazzare svuotano caricatori all'impazzata, per caricarsi si strafanno di cocaina e si gonfiano di Fernet Branca e vodka. Sparano a persone disarmate, colte all'improvviso o prese alle spalle. Non si sono mai confrontati con altri uomini armati. Dinnanzi a questi tremerebbero, e invece si sentono forti e sicuri uccidendo inermi, spesso anziani o ragazzi giovani. Ingannandoli e prendendoli alle spalle.

E io mi chiedo: nella vostra terra, nella nostra terra sono ormai mesi e mesi che un manipolo di killer si aggira indisturbato massacrando soprattutto persone innocenti. Cinque, sei persone, sempre le stesse. Com'è possibile? Mi chiedo: ma questa terra come si vede, come si rappresenta a se stessa, come si immagina? Come ve la immaginate voi la vostra terra, il vostro paese? Come vi sentite quando andate al lavoro, passeggiate, fate l'amore? Vi ponete il problema, o vi basta dire, "così è sempre stato e sempre sarà così"?

Davvero vi basta credere che nulla di ciò che accade dipende dal vostro impegno o dalla vostra indignazione? Che in fondo tutti hanno di che campare e quindi tanto vale vivere la propria vita quotidiana e nient'altro. Vi bastano queste risposte per farvi andare avanti? Vi basta dire "non faccio niente di male, sono una persona onesta" per farvi sentire innocenti? Lasciarvi passare le notizie sulla pelle e sull'anima. Tanto è sempre stato così, o no? O delegare ad associazioni, chiesa, militanti, giornalisti e altri il compito di denunciare vi rende tranquilli? Di una tranquillità che vi fa andare a letto magari non felici ma in pace? Vi basta veramente?

Questo gruppo di fuoco ha ucciso soprattutto innocenti. In qualsiasi altro paese la libertà d'azione di un simile branco di assassini avrebbe generato dibattiti, scontri politici, riflessioni. Invece qui si tratta solo di crimini connaturati a un territorio considerato una delle province del buco del culo d'Italia. E quindi gli inquirenti, i carabinieri e poliziotti, i quattro cronisti che seguono le vicende, restano soli. Neanche chi nel resto del paese legge un giornale, sa che questi killer usano sempre la stessa strategia: si fingono poliziotti. Hanno lampeggiante e paletta, dicono di essere della Dia o di dover fare un controllo di documenti. Ricorrono a un trucco da due soldi per ammazzare con più facilità. E vivono come bestie: tra masserie di bufale, case di periferia, garage.

Hanno ucciso sedici persone. La mattanza comincia il 2 maggio verso le sei del mattino in una masseria di bufale a Cancello Arnone. Ammazzano il padre del pentito Domenico Bidognetti, cugino ed ex fedelissimo di Cicciotto e' mezzanotte.

Umberto Bidognetti aveva 69 anni e in genere era accompagnato pure dal figlio di Mimì, che giusto quella mattina non era riuscito a tirarsi su dal letto per aiutare il nonno. Il 15 maggio uccidono a Baia Verde, frazione di Castel Volturno, il sessantacinquenne Domenico Noviello, titolare di una scuola guida. Domenico Noviello si era opposto al racket otto anni prima. Era stato sotto scorta, ma poi il ciclo di protezione era finito. Non sapeva di essere nel mirino, non se l'aspettava. Gli scaricano addosso 20 colpi mentre con la sua Panda sta andando a fare una sosta al bar prima di aprire l'autoscuola. La sua esecuzione era anche un messaggio alla Polizia che stava per celebrare la sua festa proprio a Casal di Principe, tre giorni dopo, e ancor più una chiara dichiarazione: può passare quasi un decennio ma i Casalesi non dimenticano.

Prima ancora, il 13 maggio, distruggono con un incendio la fabbrica di materassi di Pietro Russo a Santa Maria Capua Vetere. È l'unico dei loro bersagli ad avere una scorta. Perché è stato l'unico che, con Tano Grasso, tentò di organizzare un fronte contro il racket in terra casalese. Poi, il 30 maggio, a Villaricca colpiscono alla pancia Francesca Carrino, una ragazza, venticinque anni, nipote di Anna Carrino, la ex compagna di Francesco Bidognetti, pentita. Era in casa con la madre e con la nonna, ma era stata lei ad aprire la porta ai killer che si spacciavano per agenti della Dia.

Non passa nemmeno un giorno che a Casal di Principe, mentre dopo pranzo sta per andare al "Roxy bar", uccidono Michele Orsi, imprenditore dei rifiuti vicino al clan che, arrestato l'anno prima, aveva cominciato a collaborare con la magistratura svelando gli intrighi rifiuti-politica-camorra. È un omicidio eccellente che fa clamore, solleva polemiche, fa alzare la voce ai rappresentanti dello Stato. Ma non fa fermare i killer.

L'11 luglio uccidono al Lido "La Fiorente" di Varcaturo Raffaele Granata, 70 anni, gestore dello stabilimento balneare e padre del sindaco di Calvizzano. Anche lui paga per non avere anni prima ceduto alle volontà del clan. Il 4 agosto massacrano a Castel Volturno Ziber Dani e Arthur Kazani che stavano seduti ai tavoli all'aperto del "Bar Kubana" e, probabilmente, il 21 agosto Ramis Doda, venticinque anni, davanti al "Bar Freedom" di San Marcellino. Le vittime sono albanesi che arrotondavano con lo spaccio, ma avevano il permesso di soggiorno e lavoravano nei cantieri come muratori e imbianchini.

Poi il 18 agosto aprono un fuoco indiscriminato contro la villetta di Teddy Egonwman, presidente dei nigeriani in Campania, che si batte da anni contro la prostituzione delle sue connazionali, ferendo gravemente lui, sua moglie Alice e altri tre amici.

Tornano a San Marcellino il 12 settembre per uccidere Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi, massacrati mentre stavano facendo manutenzione ai camion della ditta di trasporti di cui il primo era titolare. Anche lui non aveva obbedito, e chi gli era accanto è stato ucciso perché testimone.

Infine, il 18 settembre, trivellano prima Antonio Celiento, titolare di una sala giochi a Baia Verde, e un quarto d'ora dopo aprono un fuoco di 130 proiettili di pistole e kalashnikov contro gli africani riuniti dentro e davanti la sartoria "Ob Ob Exotic Fashion" di Castel Volturno. Muoiono Samuel Kwaku, 26 anni, e Alaj Ababa, del Togo; Cristopher Adams e Alex Geemes, 28 anni, liberiani; Kwame Yulius Francis, 31 anni, e Eric Yeboah, 25, ghanesi, mentre viene ricoverato con ferite gravi Joseph Ayimbora, 34 anni, anche lui del Ghana. Solo uno o due di loro avevano forse a che fare con la droga, gli altri erano lì per caso, lavoravano duro nei cantieri o dove capitava, e pure nella sartoria.

Sedici vittime in meno di sei mesi. Qualsiasi paese democratico con una situazione del genere avrebbe vacillato. Qui da noi, nonostante tutto, neanche se n'è parlato. Neanche si era a conoscenza da Roma in su di questa scia di sangue e di questo terrorismo, che non parla arabo, che non ha stelle a cinque punte, ma comanda e domina senza contrasto.

Ammazzano chiunque si opponga. Ammazzano chiunque capiti sotto tiro, senza riguardi per nessuno. La lista dei morti potrebbe essere più lunga, molto più lunga. E per tutti questi mesi nessuno ha informato l'opinione pubblica che girava questa "paranza di fuoco". Paranza, come le barche che escono a pescare insieme in alto mare. Nessuno ne ha rivelato i nomi sino a quando non hanno fatto strage a Castel Volturno.

Ma sono sempre gli stessi, usano sempre le stesse armi, anche se cercano di modificarle per trarre in inganno la scientifica, segno che ne hanno a disposizione poche. Non entrano in contatto con le famiglie, stanno rigorosamente fra di loro. Ogni tanto qualcuno li intravede nei bar di qualche paesone, dove si fermano per riempirsi d'alcol. E da sei mesi nessuno riesce ad acciuffarli.

Castel Volturno, territorio dove è avvenuta la maggior parte dei delitti, non è un luogo qualsiasi. Non è un quartiere degradato, un ghetto per reietti e sfruttati come se ne possono trovare anche altrove, anche se ormai certe sue zone somigliano più alle hometown dell'Africa che al luogo di turismo balneare per il quale erano state costruite le sue villette. Castel Volturno è il luogo dove i Coppola edificarono la più grande cittadella abusiva del mondo, il celebre Villaggio Coppola.

Ottocentosessantatremila metri quadrati occupati col cemento. Che abusivamente presero il posto di una delle più grandi pinete marittime del Mediterraneo. Abusivo l'ospedale, abusiva la caserma dei carabinieri, abusive le poste. Tutto abusivo. Ci andarono ad abitare le famiglie dei soldati della Nato. Quando se ne andarono, il territorio cadde nell'abbandono più totale e divenne tutto feudo di Francesco Bidognetti e al tempo stesso territorio della mafia nigeriana.

I nigeriani hanno una mafia potente con la quale ai Casalesi conveniva allearsi, il loro paese è diventato uno snodo nel traffico internazionale di cocaina e le organizzazioni nigeriane sono potentissime, capaci di investire soprattutto nei money transfer, i punti attraverso i quali tutti gli immigrati del mondo inviano i soldi a casa. Attraverso questi, i nigeriani controllano soldi e persone. Da Castel Volturno transita la coca africana diretta soprattutto in Inghilterra. Le tasse sul traffico che quindi il clan impone non sono soltanto il pizzo sullo spaccio al minuto, ma accordi di una sorta di joint venture. Ora però i nigeriani sono potenti, potentissimi. Così come lo è la mafia albanese, con la quale i Casalesi sono in affari.

E il clan si sta slabbrando, teme di non essere più riconosciuto come chi comanda per primo e per ultimo sul territorio. Ed ecco che nei vuoti si insinuano gli uomini della paranza. Uccidono dei pesci piccoli albanesi come azione dimostrativa, fanno strage di africani - e fra questi nessuno viene dalla Nigeria - colpiscono gli ultimi anelli della catena di gerarchie etniche e criminali. Muoiono ragazzi onesti, ma come sempre, in questa terra, per morire non dev'esserci una ragione. E basta poco per essere diffamati.

I ragazzi africani uccisi erano immediatamente tutti "trafficanti" come furono "camorristi" Giuseppe Rovescio e Vincenzo Natale, ammazzati a Villa Literno il 23 settembre 2003 perché erano fermi a prendere una birra vicino a Francesco Galoppo, affiliato del clan Bidognetti. Anche loro furono subito battezzati come criminali.

Non è la prima volta che si compie da quelle parti una mattanza di immigrati. Nel 1990 Augusto La Torre, boss di Mondragone, partì con i suoi fedelissimi alla volta di un bar che, pur gestito da italiani, era diventato un punto di incontro per lo spaccio degli africani. Tutto avveniva sempre lungo la statale Domitiana, a Pescopagano, pochi chilometri a nord di Castel Volturno, però già in territorio mondragonese. Uccisero sei persone, fra cui il gestore, e ne ferirono molte altre. Anche quello era stato il culmine di una serie di azioni contro gli stranieri, ma i Casalesi che pure approvavano le intimidazioni non gradirono la strage. La Torre dovette incassare critiche pesanti da parte di Francesco "Sandokan" Schiavone. Ma ora i tempi sono cambiati e permettono di lasciar esercitare una violenza indiscriminata a un gruppo di cocainomani armati.

Chiedo di nuovo alla mia terra che immagine abbia di sé. Lo chiedo anche a tutte quelle associazioni di donne e uomini che in grande silenzio qui lavorano e si impegnano. A quei pochi politici che riescono a rimanere credibili, che resistono alle tentazioni della collusione o della rinuncia a combattere il potere dei clan. A tutti coloro che fanno bene il loro lavoro, a tutti coloro che cercano di vivere onestamente, come in qualsiasi altra parte del mondo. A tutte queste persone. Che sono sempre di più, ma sono sempre più sole.

Come vi immaginate questa terra? Se è vero, come disse Danilo Dolci, che ciascuno cresce solo se è sognato, voi come ve li sognate questi luoghi? Non c'è stata mai così tanta attenzione rivolta alle vostre terre e quel che vi è avvenuto e vi avviene. Eppure non sembra cambiato molto. I due boss che comandano continuano a comandare e ad essere liberi. Antonio Iovine e Michele Zagaria. Dodici anni di latitanza. Anche di loro si sa dove sono. Il primo è a San Cipriano d'Aversa, il secondo a Casapesenna. In un territorio grande come un fazzoletto di terra, possibile che non si riesca a scovarli?

È storia antica quella dei latitanti ricercati in tutto il mondo e poi trovati proprio a casa loro. Ma è storia nuova che ormai ne abbiano parlato più e più volte giornali e tv, che politici di ogni colore abbiano promesso che li faranno arrestare. Ma intanto il tempo passa e nulla accade. E sono lì. Passeggiano, parlano, incontrano persone.

Ho visto che nella mia terra sono comparse scritte contro di me. Saviano merda. Saviano verme. E un'enorme bara con il mio nome. E poi insulti, continue denigrazioni a partire dalla più ricorrente e banale: "Quello s'è fatto i soldi". Col mio lavoro di scrittore adesso riesco a vivere e, per fortuna, pagarmi gli avvocati. E loro? Loro che comandano imperi economici e si fanno costruire ville faraoniche in paesi dove non ci sono nemmeno le strade asfaltate?

Loro che per lo smaltimento di rifiuti tossici sono riusciti in una sola operazione a incassare sino a 500 milioni di euro e hanno imbottito la nostra terra di veleni al punto tale di far lievitare fino al 24% certi tumori, e le malformazioni congenite fino all'84% per cento? Soldi veri che generano, secondo l'Osservatorio epidemiologico campano, una media di 7.172,5 morti per tumore all'anno in Campania. E ad arricchirsi sulle disgrazie di questa terra sarei io con le mie parole, o i carabinieri e i magistrati, i cronisti e tutti gli altri che con libri o film o in ogni altro modo continuano a denunciare? Com'è possibile che si crei un tale capovolgimento di prospettive? Com'è possibile che anche persone oneste si uniscano a questo coro? Pur conoscendo la mia terra, di fronte a tutto questo io rimango incredulo e sgomento e anche ferito al punto che fatico a trovare la mia voce.

Perché il dolore porta ad ammutolire, perché l'ostilità porta a non sapere a chi parlare. E allora a chi devo rivolgermi, che cosa dico? Come faccio a dire alla mia terra di smettere di essere schiacciata tra l'arroganza dei forti e la codardia dei deboli? Oggi qui in questa stanza dove sono, ospite di chi mi protegge, è il mio compleanno. Penso a tutti i compleanni passati così, da quando ho la scorta, un po' nervoso, un po' triste e soprattutto solo.

Penso che non potrò mai più passarne uno normale nella mia terra, che non potrò mai più metterci piede. Rimpiango come un malato senza speranze tutti i compleanni trascurati, snobbati perché è solo una data qualsiasi, e un altro anno ce ne sarà uno uguale. Ormai si è aperta una voragine nel tempo e nello spazio, una ferita che non potrà mai rimarginarsi. E penso pure e soprattutto a chi vive la mia stessa condizione e non ha come me il privilegio di scriverne e parlare a molti.

Penso ad altri amici sotto scorta, Raffaele, Rosaria, Lirio, Tano, penso a Carmelina, la maestra di Mondragone che aveva denunciato il killer di un camorrista e che da allora vive sotto protezione, lontana, sola. Lasciata dal fidanzato che doveva sposare, giudicata dagli amici che si sentono schiacciati dal suo coraggio e dalla loro mediocrità. Perché non c'era stata solidarietà per il suo gesto, anzi, ci sono state critiche e abbandono. Lei ha solo seguito un richiamo della sua coscienza e ha dovuto barcamenarsi con il magro stipendio che le dà lo stato.

Cos'ha fatto Carmelina, cos'hanno fatto altri come lei per avere la vita distrutta e sradicata, mentre i boss latitanti continuano a poter vivere protetti e rispettati nelle loro terre? E chiedo alla mia terra: che cosa ci rimane? Ditemelo. Galleggiare? Far finta di niente? Calpestare scale di ospedali lavate da cooperative di pulizie loro, ricevere nei serbatoi la benzina spillata da pompe di benzina loro? Vivere in case costruite da loro, bere il caffè della marca imposta da loro (ogni marca di caffè per essere venduta nei bar deve avere l'autorizzazione dei clan), cucinare nelle loro pentole (il clan Tavoletta gestiva produzione e vendita delle marche più prestigiose di pentole)?

Mangiare il loro pane, la loro mozzarella, i loro ortaggi? Votare i loro politici che riescono, come dichiarano i pentiti, ad arrivare alle più alte cariche nazionali? Lavorare nei loro centri commerciali, costruiti per creare posti di lavoro e sudditanza dovuta al posto di lavoro, ma intanto non c'è perdita, perché gran parte dei negozi sono loro? Siete fieri di vivere nel territorio con i più grandi centri commerciali del mondo e insieme uno dei più alti tassi di povertà? Passare il tempo nei locali gestiti o autorizzati da loro? Sedervi al bar vicino ai loro figli, i figli dei loro avvocati, dei loro colletti bianchi? E trovarli simpatici e innocenti, tutto sommato persone gradevoli, perché loro in fondo sono solo ragazzi, che colpa hanno dei loro padri.

E infatti non si tratta di stabilire colpe, ma di smettere di accettare e di subire sempre, smettere di pensare che almeno c'è ordine, che almeno c'è lavoro, e che basta non grattare, non alzare il velo, continuare ad andare avanti per la propria strada. Che basta fare questo e nella nostra terra si è già nel migliore dei mondi possibili, o magari no, ma nell'unico mondo possibile sicuramente.

Quanto ancora dobbiamo aspettare? Quanto ancora dobbiamo vedere i migliori emigrare e i rassegnati rimanere? Siete davvero sicuri che vada bene così? Che le serate che passate a corteggiarvi, a ridere, a litigare, a maledire il puzzo dei rifiuti bruciati, a scambiarvi quattro chiacchiere, possano bastare? Voi volete una vita semplice, normale, fatta di piccole cose, mentre intorno a voi c'è una guerra vera, mentre chi non subisce e denuncia e parla perde ogni cosa. Come abbiamo fatto a divenire così ciechi? Così asserviti e rassegnati, così piegati? Come è possibile che solo gli ultimi degli ultimi, gli africani di Castel Volturno che subiscono lo sfruttamento e la violenza dei clan italiani e di altri africani, abbiano saputo una volta tirare fuori più rabbia che paura e rassegnazione? Non posso credere che un sud così ricco di talenti e forze possa davvero accontentarsi solo di questo.

La Calabria ha il Pil più basso d'Italia ma "Cosa Nuova", ossia la ?ndrangheta, fattura quanto e più di una intera manovra finanziaria italiana. Alitalia sarà in crisi, ma a Grazzanise, in un territorio marcio di camorra, si sta per costruire il più grande aeroporto italiano, il più vasto del Mediterraneo. Una terra condannata a far circolare enormi capitali senza avere uno straccio di sviluppo vero, e invece ha danaro, profitto, cemento che ha il sapore del saccheggio, non della crescita.

Non posso credere che riescano a resistere soltanto pochi individui eccezionali. Che la denuncia sia ormai solo il compito dei pochi singoli, preti, maestri, medici, i pochi politici onesti e gruppi che interpretano il ruolo della società civile. E il resto? Gli altri se ne stanno buoni e zitti, tramortiti dalla paura? La paura. L'alibi maggiore. Fa sentire tutti a posto perché è in suo nome che si tutelano la famiglia, gli affetti, la propria vita innocente, il proprio sacrosanto diritto a viverla e costruirla.

Ma non avere più paura non sarebbe difficile. Basterebbe agire, ma non da soli. La paura va a braccetto con l'isolamento. Ogni volta che qualcuno si tira indietro crea altra paura, che crea ancora altra paura, in un crescendo esponenziale che immobilizza, erode, lentamente manda in rovina.

"Si può edificare la felicità del mondo sulle spalle di un unico bambino maltrattato?", domanda Ivan Karamazov a suo fratello Aljo?a. Ma voi non volete un mondo perfetto, volete solo una vita tranquilla e semplice, una quotidianità accettabile, il calore di una famiglia. Accontentarvi di questo pensate che vi metta al riparo da ansie e dolori. E forse ci riuscite, riuscite a trovare una dimensione in cui trovate serenità. Ma a che prezzo?

Se i vostri figli dovessero nascere malati o ammalarsi, se un'altra volta dovreste rivolgervi a un politico che in cambio di un voto vi darà un lavoro senza il quale anche i vostri piccoli sogni e progetti finirebbero nel vuoto, quando faticherete ad ottenere un mutuo per la vostra casa mentre i direttori delle stesse banche saranno sempre disponibili con chi comanda, quando vedrete tutto questo forse vi renderete conto che non c'è riparo, che non esiste nessun ambito protetto, e che l'atteggiamento che pensavate realistico e saggiamente disincantato vi ha appestato l'anima di un risentimento e rancore che toglie ogni gusto alla vostra vita.

Perché se tutto ciò è triste la cosa ancora più triste è l'abitudine. Abituarsi che non ci sia null'altro da fare che rassegnarsi, arrangiarsi o andare via. Chiedo alla mia terra se riesce ancora ad immaginare di poter scegliere. Le chiedo se è in grado di compiere almeno quel primo gesto di libertà che sta nel riuscire a pensarsi diversa, pensarsi libera. Non rassegnarsi ad accettare come un destino naturale quel che è invece opera degli uomini.

Quegli uomini possono strapparti alla tua terra e al tuo passato, portarti via la serenità, impedirti di trovare una casa, scriverti insulti sulle pareti del tuo paese, possono fare il deserto intorno a te. Ma non possono estirpare quel che resta una certezza e, per questo, rimane pure una speranza. Che non è giusto, non è per niente naturale, far sottostare un territorio al dominio della violenza e dello sfruttamento senza limiti. E che non deve andare avanti così perché così è sempre stato. Anche perché non è vero che tutto è sempre uguale, ma è sempre peggio.

Perché la devastazione cresce proporzionalmente con i loro affari, perché è irreversibile come la terra una volta per tutte appestata, perché non conosce limiti. Perché là fuori si aggirano sei killer abbrutiti e strafatti, con licenza di uccidere e non mandato, che non si fermano di fronte a nessuno. Perché sono loro l'immagine e somiglianza di ciò che regna oggi su queste terre e di quel che le attende domani, dopodomani, nel futuro. Bisogna trovare la forza di cambiare. Ora, o mai più.


Tratto da:
Saviano, lettera a Gomorra. Tra killer e omertà di Roberto Saviano
su
Repubblica.it, 22 settembre 2008


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martedì 23 settembre 2008

AmmazzateciTutti rischia di chiudere entro un mese


Locri, 22 set 2008 - Mancano solo ventidue giorni alla chiusura del sito AmmazzateciTutti causato dalla mancanza di fondi e dai continui boicottaggi, basterebbero 30.000 euro per far continuare una speranza. Una lettera aperta per cercare insieme una soluzione.

Cari italiani, care italiane,
quando abbiamo deciso di fondare Ammazzateci Tutti, in quel lembo di terra meravigliosa e disgraziata che si chiama Calabria, abbiamo cercato di concentrare le poche, pochissime risorse disponibili e le tante, tantissime speranze, di tutta quella gente che non ce la faceva più a vivere “incellophanata” dall'omertà e, soprattutto, dalla paura.

Per essere davvero liberi non ci siamo mai voluti legare a nessun carrozzone, né politico né imprenditoriale. Solo con il tempo abbiamo capito che è stata una scelta coraggiosa, una sfida più grande di noi, che ha certamente appesantito - non di poco - le già tante preoccupazioni che avevamo comunque messo in conto.

Pensate, invece, come sarebbe stato fin troppo conveniente e facile per noi sceglierci uno o più “Mecenate”, anche i meno peggiori e, nel portare silenziosamente acqua al loro mulino, ottenerne laute ricompense in termini economico-logistici (apertura sedi, pubbliche relazioni con gente che conta, produzione di gadget, pianificazione di campagne pubblicitarie, ecc..).

Ma abbiamo fatto la scelta di essere come gli straccioni di Valmy, abbiamo scelto di combattere contro mostri pieni di soldi e di potere, anche indicandoli con nome e cognome, a nostro rischio e pericolo, facendo ogni giorno la nostra parte anche se rimanevamo e rimaniamo sempre più ai margini dello studio, delle professioni, delle assunzioni, dei diritti di cittadini, mentre chi ha certamente meno titoli ma più amici nelle stanze del potere riesce a laurearsi, ottiene consulenze, incarichi, sponsorizzazioni. E il loro “esercito” diventa ogni giorno più potente ed incontrastabile, mentre il nostro fa i salti mortali per riuscire a sopravvivere e sostenere anche l'azione di magistrati ed uomini delle forze dell'ordine coraggiosi che si trovano finanche nella situazione di dover pagare loro la benzina delle auto di servizio o i toner nelle fotocopiatrici di caserme, commissariati e Procure.

Adesso bisogna ragionare seriamente sul ruolo e l'incisività che Ammazzateci Tutti può rappresentare in Italia oggi e domani, se e quanto valga la pena continuare.
E lo facciamo iniziando a fare i cosiddetti “conti”: se in termini di consenso e sensibilizzazione il bilancio è in segno positivo ed in netta ascesa costante (partendo dalla Calabria oggi siamo in più di 8.000 ragazzi e ragazze in tutta Italia, dalla Lombardia, alla Sicilia, al Lazio, al Veneto, alla Puglia, al Piemonte, alla Campania), non possiamo dire altrettanto in termini di spese vive sostenute per mantenere aperta la baracca.

L'idea di portare sul web e nei territori le nostre rivendicazioni, la nostra voglia di gridare al mondo intero che l'Italia non è solo mafia, che non è colpa nostra se emergono sempre e solo i nostri peggiori concittadini, ci hanno portato a scommettere (e rischiare) sulla nostra stessa pelle il prezzo dell'impegno che ci siamo assunti tre anni fa di fronte a tutti gli italiani onesti.

E come se non bastassero le querele, le preoccupazioni, le intimidazioni implicite ed esplicite alle quali siamo ormai abituati, adesso ci troviamo nella situazione in cui - lo diciamo chiaramente - non possiamo più permetterci il “lusso” di continuare con le nostre attività sui territori e quelle telematiche.

Partiamo dal nostro sito internet, generosamente ospitato gratuitamente sin dalla nascita su un piccolo server di una azienda calabrese alla quale abbiamo procurato, con la nostra presenza, solo e soltanto danni e preoccupazioni.
Ci hanno defacciato il sito per decine di volte, siamo stati vittime di ben 5 attacchi informatici, dei quali due violentissimi (che hanno costretto l'azienda a buttare il server ed acquistarne uno nuovo) ed ora, proprio ieri, veniamo a sapere che, sempre a causa nostra, alcuni pirati informatici sono riusciti a violare nuovamente il server trasformandolo questa volta in uno “zombie” (così si definisce in gergo tecnico) atto a frodare migliaia di persone in tutto il mondo mediante phishing su conti bancari esteri. Per capire meglio la gravità della situazione basti pensare che siamo stati contattati direttamente dai responsabili della sicurezza informatica di due importanti istituti bancari in Australia ed il Belgio, i quali hanno anche tenuto ad informarci delle responsabilità penali di fronte alla legge nostre e dell'azienda che ci ospita.

Quantificare ora il danno economico e quello eventualmente penale, ci porta inevitabilmente a stabilire che la nostra esistenza dovrà essere indipendente da ogni preoccupazione futura e, quindi, essere disposti anche a trarne le estreme conseguenze: partendo dalla chiusura di Ammazzatecitutti.org e degli spazi di comunicazione ad esso collegati (forum, ecc..).

A questi conti che non tornano dobbiamo aggiungere diverse migliaia di euro di debiti contratti (anche personalmente) nell'organizzazione delle nostre iniziative (sostenute solo parzialmente dalle poche Istituzioni alle quali ci siamo rivolti).
Senza contare il fatto che ormai i nostri ragazzi stanno devolvendo interamente alla causa le loro paghette settimanali in ricariche telefoniche e fotocopie.

Per questo ci appelliamo a tutti voi, chiedendovi un piccolo grande gesto di solidarietà; diventate nostri "azionisti", almeno noi cercheremo di non fare la fine di Parmalat e Alitalia.

Non parliamo di milioni, a conti fatti basterebbero 30 mila euro per farci riprendere fiato e metterci in condizione di fissare obiettivi di medio-lungo termine.

Lo facciamo stabilendo una data simbolica: il 16 ottobre prossimo, terzo anniversario dell'omicidio Fortugno e quindi della nostra “nascita”. Se entro questa data non dovessimo riuscire a sanare ogni passivo saremo costretti a staccarci la spina da soli, archiviando prematuramente questa bellissima esperienza. Con la morte nel cuore.

Dobbiamo dimostrarci persone serie, soprattutto con chi ci guarda da sempre con ammirazione, stima ed aspettative che non meritiamo, perché, come dice spesso Monsignor Giancarlo Bregantini, <> ed evidentemente noi abbiamo fallito, non riuscendo ad organizzare degnamente le speranze di tutti noi, di tutti voi.


Tratto da:
AmmazzateciTutti rischia di chiudere entro un mese di Aldo Pecora e Rosanna Scopelliti
su
Coordinamento nazionale “AmmazzateciTutti”, 17 settembre 2008


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venerdì 19 settembre 2008

Un botta e risposta inquietante


19 set 2008 - La giornata sembrava già piena di emozioni per la famiglia Masciari, eppure al comunicato ufficiale degli “Amici di Pino Masciari” che denunciava la revoca della scorta, è seguita la smentita da parte del sottosegretario all’interno Mantovano e la successiva sconfessione di quest’ultimo da parte di documenti ufficiali che confermano la revoca della scorta per gli spostamenti del Masciari.

… durante la mattinata di oggi gli Amici di Pino Masciari hanno emesso il comunicato stampa che denuncia la revoca della scorta per gli spostamenti del sig. Masciari.

Ne è seguita la smentita ufficiale (a mezzo Ansa) che afferma –cito- ''La notizia secondo la quale la Commissione centrale sui programmi di protezione per i testimoni di giustizia avrebbe revocato la scorta al signor Pino Masciari e' del tutto infondata''. Lo afferma il sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano ribadendo che ''il programma di protezione e' tuttora in vigore''. La notizia della revoca della scorta era stata diffusa dal comitato 'Amici di Pino Masciari'. http://www.strill.it/index.php?option=com_content&view=article&id=22898:ndrangheta-mantovano-qnon-e-stata-revocata-la-scorta-a-masciariq&catid=40:reggio&Itemid=86

A questo punto gli “Amici di Pino Masciari” emettono un ulteriore comunicato – cito- In relazione alla risposta dell’on. Mantovano, riportata dall’agenzia Ansa questo pomeriggio che smentisce che sia stata revocata la scorta a Masciari, replichiamo con le parole della “formale comunicazione al testimone di giustizia Masciari Giuseppe del contenuto della nota n. 70714 del S.C.P. di data 18/09/2008” ricevuta oggi stesso alle 12.25 dagli Operatori del Servizio Centrale di Protezione:
“ In esito alle istanze presentate dal sig. MASCIARI Giuseppe con le quali ha chiesto accompagnamento e scorta durante i suoi viaggi” per “tutti gli spostamenti che avranno luogo nel periodo 19 settembre-19 ottobre, non sono state accolte. Il teste potrà in ogni caso, effettuare tali spostamenti in piena autonomia.”A conferma di ciò e ribadendo il nostro precedente comunicato, in questo momento, Pino, persona sottoposta da programma di protezione, è partito dalla località dove vive, accompagnato dagli Amici di Pino Masciari che fanno da scudo umano e da scorta civile e fungono da osservatorio che testimonia come la sua sicurezza negli spostamenti non è garantita dal personale delle forze dell’ordine, ma è garantita esclusivamente dalla rete dei suoi Amici e della società civile.


di Susanna Ambivero



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COMUNICATO STAMPA Amici di Pino Masciari


19 set 2008 - Mantovano revoca la scorta di cui usufruiva Pino Masciari in occasione degli incontri Pubblici organizzati da Istituzioni, Scuole, Associazioni e Gruppi Sociali finalizzati a d un percorso di Legalita’ e Giustizia.

Nella giornata di giovedì 18 settembre 2008 il presidente della Commissione Centrale di Protezione, Alfredo Mantovano, ha comunicato al testimone di giustizia Giuseppe Masciari per tramite del Servizio Centrale di Protezione- Roma, la revoca della scorta per i suoi spostamenti, autorizzandolo “a muoversi in autonomia” da solo e con mezzi propri.

La decisione del sottosegretario all'Interno Mantovano è intimidatoria: da un lato non considera più i rischi che gravano su un testimone di giustizia, in virtù delle sue denunce; dall'altro “autorizza” gli spostamenti di Pino, come se la vita dei testimoni potesse essere decisa da chi invece deve garantirne la protezione.
Già in passato l'onorevole di AN, nello stesso ruolo, aveva prima considerato a rischio la vita di Pino e della sua famiglia tanto da non autorizzare il rientro in località di origine, nemmeno per i processi. Allo stesso tempo però gli impose l'esclusione dal programma di protezione considerando terminata la sua funzione di testimone di giustizia. La Commissione Antimafia nella Relazione sui testimoni di giustizia approvata all’unanimità il 20 febbraio 2008 ha evidenziato le criticità in materia
Mai complici di MantovanoNoi, Amici di Pino Masciari, non vogliamo essere complici di queste decisioni politiche che riteniamo gravi segnali, specchio di come si vuole gestire la lotta alla criminalità organizzata.
Solo qualche mese fa, in occasione dell'uccisione di Domenico Noviello, imprenditore campano che aveva denunciato il racket, Mantovano si pronunciò a favore della funzione educativa dei testimoni di giustizia indicando il loro intervento nelle scuole come strada da intraprendere per combattere la cultura mafiosa.
Pino Masciari da diversi anni ha intrapreso questo percorso di testimonianza della sua storia; la scorta revocata non gli garantisce la sicurezza nei viaggi che affronta per incontrare le Istituzioni Locali, i ragazzi delle scuole di tutta Italia, le Associazioni Antimafia e Gruppi Sociali, che lo invitano come esempio di Resistenza alle mafie.
Pino Masciari mai solo
Vogliamo restare accanto a Pino Masciari ed alla sua famiglia.
Per questo, in quanto Amici di Pino Masciari, decidiamo di cominciare la nostra protesta non violenta: come già abbiamo fatto in passato, lo accompagneremo noi, ispirandoci alla difesa popolare non violenta, ai Corpi Civili di Pace, ai PBI (Peace Brigades International).
Lo accompagneremo alle assemblee, agli incontri pubblici, affinché sia testimone del suo alto senso dello Stato e della Giustizia, ma se sarà necessario lo accompagneremo anche ai processi, perchè Pino Masciari continua ad essere un Testimone di Giustizia.
Noi abbiamo scelto da che parte stare.

Legge 457/2001- Art.10. 2 ter- Sono coperti dal segreto di ufficio oltre alla proposta dell’Art.11, tutti gli atti e i provvedimenti comunque pervenuti alla Commissione Centrale, gli atti e i provvedimenti della commissione stessa, salvo gli estratti essenziali e le attività svolte per l’attuazione delle misure di protezione. Agli atti e ai provvedimenti della Commissione, salvo gli estratti essenziali che devono essere comunicati a organi diversi da quelli preposti all’attuazione delle speciale misure di protezioni, si applicano altresì le norme per la tenuta e la circolazione degli atti classificati con classifica di segretezza adeguata al contenuto di ciascun atto.



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giovedì 18 settembre 2008

La strage continua


18 set 2008 - Non ci si fa nemmeno più caso ai morti ammazzati di mafia. Due ancora nei giorni scorsi nella terra dei Casalesi. In Italia ci si è assuefatti come voleva il Potere, con le sue collusioni con mafie ed economia illegale. I morti ammazzati sono sempre più i "testimoni di giustizia", cioè cittadini liberi, onesti imprenditori, che hanno denunciato quella o questa cosca di Cosa Nostra, 'Ndrangheta o Camorre.

Sono cittadini che con le loro famiglie hanno scelto di stare con lo Stato ed aiutare la Magistratura nella lotta a quell'intreccio mafia-politica-affari-massoneria che dal Mezzogiorno al Nord condiziona sempre più ogni scelta che ci riguarda, con l'infiltrazione nell'economia, negli appalti pubblici, negli esiti elettorali... nella gestione della cosa pubblica e del territorio...

E le mafie attendono... non hanno premura. Le loro condanne a morte sono irrevocabili e vengono eseguite quando decidono, senza fretta. Davanti a questa mattanza lo Stato è spaccato, chiunque sia a governare, dell'una o dell'altra - cosiddetta - parte. Incombono quelle pesanti contraddizioni che fanno si che le mafie non siano ancora state sconfitte. I magistrati e gli agenti dei reparti investigativi senza mezzi, vengono sempre più isolati e spesso mortificati da leggi che ne rendono il lavoro praticamente impossibile (a partire dalla cosiddetta riforma del "Giusto Processo" per arrivare a quella della normativa su Testimoni e Collaboratori di Giustizia).

Il sistema di protezione vigente non funziona. Ha falle ovunque e lo si vede nel sangue della mattanza della vendetta che continua a scorrere. Chi rompe l'omertà si affida allo Stato che però fa finta di nulla... e sempre più spesso fa sentire chi denuncia come un "peso". Si arriva all'assurdo, come ad esempio quando "deportano" il testimone e la sua famiglia (non tutta!) nella cosiddetta "sede protetta" e poi non danno il cambio di generalità, così i suoi figli vanno a scuola con quel nome e cognome su cui le cosche hanno scritto la sentenza di morte. C'è una gestione che non guarda alla necessità di garantire un reinserimento sociale adeguato e sicuro per i testimoni ed i loro familiari, ma che si limita a "monetizzare" il rapporto dando qualche milione di euro e dicendo che da quel momento devi arrangiati da solo con la tua famiglia.
Sono costretti a vivere come fantasmi, senza più "diritto", in una inesorabile e costante azione che sembra volerli spogliare anche della dignità. Spesso restano al buio perché il "funzionario" non ha provveduto a pagare la bolletta, quando non addirittura vengono "sfrattati" perché questa volta il "funzionario" si è dimenticato qual cosa d'altro. Non hai una nuova identità e quindi non puoi nemmeno lavorare perché se lo fai "rilevi la tua identità" e vieni "espulso" dal programma di (cosiddetta) protezione.

Adesso stanno per dare l'ultimo assalto. La museruola perché i testimoni tacciano e nessuno possa conoscere la loro storia ed esistenza. La Commissione Centrale del Ministero degli Interni (presieduta dal Sottosegretario di turno e non da un magistrato della Procura Nazionale Antimafia!) dovrà vagliare ogni spostamento, decidere se il testimone può o meno intervenire ad un incontro, una manifestazione o altro. Se la Commissione non dice di sì, non sarà assegnata la scorta per quello spostamento e se il Testimone decidesse di andarci ugualmente, magari per denunciare la situazione di rischio costante in cui lui, la sua famiglia, come quelle degli altri Testimoni, vivono da bersagli mobili, allora rischia l'espulsione dal programma di protezione. Anziché risolvere i problemi, anziché portare ad esempio gli imprenditori e commercianti che hanno denunciato, li si nasconde e li si abbandona... (e la mafia ringrazia).
Tutto questo nel paradosso visto che la Commissione Antimafia nel febbraio scorso ha approvato (ad unanimità!) una relazione sui Testimoni di Giustizia in cui tutto questo è evidenziato e dove puntualmente si dice cosa bisogna fare per risolvere i problemi.

Non resta che una cosa, quindi, che ciascuno di noi può fare: essere vicini a quanti hanno scelto, a rischio della propria vita, di denunciare e combattere le mafie. Questo lo possiamo fare... testimoniando che noi, ognuno di noi, con la propria faccia, è vicino a loro! Ci sono realtà di donne e uomini e soprattutto ragazze e ragazzi che lo fanno concretamente, sporcandosi le mani, come ad esempio i "presidi" di Libera Piemonte o molti Meetup degli Amici di Beppe Grillo - da quello di Torino a quello di Catanzaro, da Bologna a La Spezia, da Roma a Udine, per citarne solo alcuni - impegnati nella rete degli "Amici di Pino Masciari", dalla Casa della Legalità ad AddioPizzo...

La domanda quindi resta sempre e solo una: tu da che parte stai?


Tratto da:
La mattanza continua Scritto da Ufficio di Presidenza
su
Casa della Legalità e della Cultura, 18 settembre 2008


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mercoledì 17 settembre 2008

Pino Masciari


16 sett 2008 - Giuseppe Masciari è un imprenditore edile calabrese, nato a Catanzaro nel 1959, sottoposto a programma speciale di protezione dei testimoni di giustizia dal 1997 insieme alla moglie e ai loro due bambini a seguito delle denuncie iniziate nel 1990 contro la ‘ndrangheta e le collusioni con la politica.

La criminalità organizzata ha distrutto le sue imprese edili, rallentando le pratiche burocratiche, intralciando i rapporti con le banche, chiedendo il 6% per i politici e il 3% ai mafiosi, obbligando l’imprenditore ad assunzioni pilotate, forniture di materiali da piazzisti imposti da capo-cosca, o a regalare uffici, appartamenti, autovetture o semplicemente soldi. Nel 1992 Pino Masciari e la sua famiglia comincia ad essere oggetto di furti, incendi, danneggiamenti e minacce.
La Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro considerato il pericolo grave e imminente a cui Pino e la sua famiglia erano sottoposti, prospettarono l'assoluta necessità di entrare sotto tutela del Servizio Centrale di Protezione. Inizia così la sua collaborazione con la giustizia.
Nel 1996 il Giudice Patrizia Pasquin dichiara la ditta "Masciari Costruzioni" fallita. A novembre 2006 lo stesso giudice finisce agli arresti domiciliari, a seguito dell'operazione "Dinasty2 - do ut des", con accuse quali corruzione in atti giudiziari, falso e truffa allo stato: vicenda che getta ombre sull'effettivo fallimento dell'impresa "Masciari Costruzioni".
Nel 1997 Pino viene allontanato dalla sua terra per proteggerlo da un imminente pericolo di vita. Undici anni vissuti “da deportato” senza alcuna speciale protezione, senza alcun cambiamento di identità, senza alcuna possibilità di lavoro, né per lui, né per sua moglie e con l’esilio perpetuo dalla sua terra a seguito della delibera della Commissione Centrale del Ministero dell’Interno del 2004.
Nei processi istruiti grazie alle sue denunce, è stato accompagnato con macchine con la targa recante le generalità della località protetta, spesso attraverso viaggi al limite dell’umano. Alle volte, in aula, è stato fatto sedere accanto a chi accusava. I giudizi dei Tribunali e le sentenze rilevano che “le dichiarazioni del Masciari sono da sole idonee a fondare un giudizio di gravità indiziaria ed evidenziano l’elevata attendibilità del dichiarante il quale si è determinato a riferire intorno alle vicissitudini al prezzo di un totale sconvolgimento della propria esistenza posto che, a seguito delle accuse mosse, è stato sottoposto allo speciale programma di protezione” ( Nota della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro del 14 ottobre 2000).
Si è dato così il via ad una serie di condanne nei confronti delle famiglie ‘ndranghetiste più potenti e pericolose e anche nei confronti di un giudice Consigliere di Stato.
Pino Masciari: "oggi ore 14.00, ricevo una telefonata da parte di Mario Romano di Napoli, un'altro imprenditore testimone di giustizia che ha denunciato e fatto arrestare i suoi estorsori. Mi ha raccontato che i malavitosi del quartiere Ponticelli hanno fermato e picchiato il figlio 14enne.”.
L’altro ieri i Casalesi hanno ucciso un imprenditore che aveva denunciato gli estorsori 10 anni fa.
Questa sarà prima o poi la fine che mi spetta...questo il brevissimo commento di Pino Masciari che attende da 43 mesi che sia fissata l’udienza del ricorso per la sentenza del Tar .


di Susanna Ambivero



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